Come carco talor del proprio frutto
e di troppa rugiada a primavera
il papaver nell'orto il capo abbassa,
così la testa dell'elmo gravata
su la spalla chinò quell'infelice.

( Omero, VII canto dell' Iliade
morte del figlio di Priamo)
 
 

INTRODUZIONE

 Che cosa sono le droghe, è una domanda che può' sembrare banale, ma in realtà è fondamentale. Con il termine di  droga si indicano tutte le sostanze  psicoattive. Quelle sostanze, cioè, che hanno un effetto sul sistema nervoso e alterano l'equilibrio psicofisico dell'organismo.
 Esistono moltissime sostanze di questo tipo, alcune sono usate liberamente senza nessun controllo da parte delle autorità sanitarie o giudiziarie, come la nicotina (contenuta nel tabacco) l'alcool e la caffeina (contenuta nel caffè e nel  ). Altre invece sono incluse in speciali tabelle di controllo e possono essere utilizzate solo a scopo curativo sotto stretto controllo medico, come gli  psicofarmaci;  altre ancora non hanno nessuna utilità dal punto di vista medico e il loro uso è totalmente vietato, come l'eroina. Queste sostanze, se vengono assunte piu' volte per un certo periodo di tempo provocano l'assuefazione; cioè per ottenere lo stesso effetto provato la prima volta occorre prenderne dosi sempre maggiori. Per questo i consumatori di droghe consumano sempre di piu' e sempre piu' spesso  fino a superare una soglia oltre la quale non sono piu' in grado di vivere senza ricorrere alla sostanza: questa è la  dipendenza.
 Schematicamente possiamo distinguere una dipendenza fisica e una psichica, ricordando però che i sintomi dell'una e dell'altra si intrecciano e si sovrappongono in un quadro di insieme di penosa malattia. Per dipendenza fisica si intende l'incapacità dell'organismo a funzionare senza una sostanza esterna alla quale si è adattato modificandosi, se questa gli viene a mancare si scatena una vera e propria malattia acuta (sindrome di astinenza) che si manifesta con sintomi opposti agli effetti della droga. Per esempio l'astinenza   da   droghe   eccitanti  produce depressione e viceversa. La dipendenza psichica resta anche quando il fisico è stato disintossicato, ed è il desiderio spasmodico della droga, la convinzione di non potere andare avanti senza di essa.
IL CERVELLO E I SUOI MESSAGGERI

 Tutte le sostanze psicoattive esercitano i loro effetti principali su singole cellule cerebrali; per essere piu' precisi sui punti di connessione tra cellule cerebrali situate in determinate parti del cervello. La massa della sostanza cerebrale è costituita da due tipi principali di cellule: i neuroni, ritenuti i principali vettori d'informazione, e le cellule della glia, che svolgono funzione di sostegno e di supporto metabolico ai neuroni asportandone i prodotti di rifiuto.
 La proprietà piu' rilevante del neurone è la capacità di trasmettere informazioni da un punto a un altro, situato in una sede piu' o meno distante. Pensieri e sensazioni non sono che una conseguenza del  "conversare"  che i 10 miliardi o piu' di neuroni fanno tra loro.
 I neuroni come tutte le cellule hanno un nucleo e un citoplasma che lo circonda, ma differiscono dalle altre cellule per il fatto che possiedono prolungamenti caratteristici, gli assoni. Questi trasmettono l'informazione alle altre cellule, talvolta distanti. Infatti, gli assoni possono essere estremamente lunghi: quelli dei grossi neuroni che sono localizzati nella corteccia cerebrale possono estendersi fino alla parte inferiore del midollo spinale coprendo una distanza che nell'uomo si può calcolare in 1,20 metri. La terminazione assonica, cioè l'estremità del nervo, può suddividersi in un numero molto elevato di ramificazioni (10.000 e piu'), ciascuna delle quali può prendere contatto con un neurone ricevente. Le terminazioni nervose possono entrare in contatto con altri neuroni o direttamente sul corpo cellulare o, piu' spesso, su un altro tipo di prolungamento della cellula nervosa,  il dendrite.
 Un impulso nasce in un dendrite o in un corpo cellulare e procede lungo l'assone grazie a un meccanismo di tipo elettrochimico. L'interno del neurone a riposo ha cariche elettriche negative rispetto all'esterno, ma quando il neurone viene eccitato il potenziale elettrico si annulla e l'interno può diventare positivo. Quando un impulso raggiunge una terminazione nervosa, il messaggio viene trasmesso al neurone adiacente. Per molti anni si è pensato che l'impulso elettrico si propagasse da un neurone all'altro saltando l'intervallo che c'è tra la terminazione assonica e le cellule nervose adiacenti. Solo intorno il 1950 si è accertato che nella trasmissione neuronica sono coinvolte anche sostanze chimiche.
 Ricerche recenti hanno chiarito i meccanismi specifici della neurotrasmissione dimostrando che questa è un processo chimico. In corrispondenza della terminazione nervosa, l'impulso elettrico che sopraggiunge scatena la liberazione di una sostanza chimica, il neurotrasmettitore, che si diffonde attraverso lo spazio sinaptico tra la terminazione stessa e il neurone adiacente. Quando il neurotrasmettitore raggiunge quest'ultima cellula, accelera o rallenta la velocità con cui essa entra in attività e questo dipende dalla funzione che può essere eccitatoria o inibitoria.
 I precursori dei neuro trasmettitori sono gli amminoacidi introdotti nell'organismo con la dieta, e una volta sintetizzati i neuro trasmettitori sono immagazzinati in piccola strutture sferiche, le vescicole sinaptiche all'interno della terminazione nervosa. Quando un impulso elettrico raggiunge quest'ultima, le vescicole sinaptiche si fondono con la membrana esterna della terminazione e riversano nello spazio sinaptico l'intero loro contenuto. Le molecole di neurotrasmettitore si diffondono attraverso la sinapsi e si legano a recettori specifici presenti nella membrana di un  neurone adiacente. L'interazione neurotrasmettitore-recettore   innesca nella membrana sinaptica l'apertura o la chiusura dei canali per il sodio, il potassio o il cloro. E' proprio il passaggio degli ioni di sodio e di altri ioni a provocare l'eccitazione o l'inibizione della cellula nervosa. I neurotrasmettitori vengono poi distrutti da particolari enzimi per fare posto a nuove ondate di messaggi, oppure vengono recuperati per essere riutilizzati.
 I farmaci possono influire sulla trasmissione sinaptica in numerosi modi. Per esempio, poiché tutti i neurotrasmettitori devono essere sintetizzati da precursori in presenza di certi   enzimi essi impedirebbero la formazione degli stessi neurotrasmettitori. La clinica medica ricorre a diversi farmaci. Per esempio, i farmaci per l'ipertensione sanguigna bloccano la formazione della noradrenalina, un neurotrasmettitore che innalza la pressione sanguigna. Altri farmaci influiscono sulla liberazione dei neurotrasmettitori a livello delle terminazioni nervose. Alcuni hanno una struttura simile a quella del neurotrasmettitore e sono così in grado di penetrare nelle vescicole sinaptiche al posto delle molecole di quest'ultimo, praticamente cacciandole fuori, nello spazio sinaptico. Le amfetamine agiscono in questo modo quando liberano nel cervello la noradrenalina e la dopammina. Per contro, farmaci come il bretilio, che ha un'azione antipertensiva, bloccano il processo di liberazione. Alcuni agenti terapeutici inibiscono gli enzimi che degradano i neurotrasmettitori, aumentando così la concentrazione di questi ultimi e facilitando la trasmissione sinaptica. Ancora altri farmaci hanno una rassomiglianza chimica con il neurotrasmettitore e ne imitano gli effetti a livello dei recettori.

 Ecco alcuni importanti neurotrasmettitori:

 l' acetilcolina, è il neurotrasmettitore piu' conosciuto è attivo in corrispondenza delle placche neuromuscolari di tutta la muscolatura corporea volontaria.
 La noroadrenalina è il neurotrasmettitore dei nervi simpatici del sistema nervoso autonomo che mediano le risposte di emergenza, quali l'accelerazione del battito cardiaco, la dilatazione dei bronchi e l'aumento della pressione arteriosa.
 La dopammina è responsabile della comparsa dei sintomi del morbo di Parkinsons. Alcuni farmaci antischizofrenici bloccano l'attività della dopammina.
 Le encefaline  agiscono sui recettori degli oppiacei.
 La serotonina. Cambiamenti nell'attività dei neuroni che producono questo neurotrasmettitore sono da mettersi in relazione con l'azione degli psichedelici.
 La sostanza P  è il neurotrasmettitore che convoglia le sensazione di dolore dalla periferia, specialmente dalla cute, gli oppiati alleviano il dolore in parte bloccando la sua liberazione.
 IL GABA (acido gamma-amminobutirrico) Amminoacido che funge da neurotrasmettitore inibitore, ed è quello che quantitativamente predomina nel cervello.
 La glicina altro amminoacido che funge da neurotrasmettitore ad azione inibitoria.
 L' acido glutammico amminoacido che svolge il ruolo di mediatore chimico nel sistema nervoso, presente nella corteccia cerebrale ha il ruolo di neurotrasmettitore ad azione eccitatoria.
 L'Istamina Oltre alle funzioni che riguardano le allergie e nella regolazione della secrezione acida dello stomaco, è anche un  neurotrasmettitore cerebrale. E' concentrato nelle aree che presiedono al comportamento emotivo.
 
 
 
 
 
 
 

LA COCA  E  LA COCAINA

 La cocaina è una alcaloide, sostanza costituita da una base azotata organica, di origine vegetale che può avere sia funzione anestetica che tossica. Questa sostanza viene estratta dalla coca, una pianta legnosa che appartiene alla famiglia delle Eritroxilacee, originaria delle regioni andine. La pianta della coca è molto ramificata coi frutti rossi e carnosi. La parte più importante sono le foglie da cui viene estratta la cocaina. Le foglie presentano una lamina percorsa da due nervature false longitudinali, che viaggiano parallelamente alla nervatura centrale. La sostanza estratta dalle foglie, cioè la cocaina, si presenta in cristalli aghiformi, incolori, inodori, di sapore amaro seguito da passeggera insensibilità della lingua. E’ poco solubile nell’acqua ma solubile in alcool, etere e cloroformio. Nel 1859 Neiman riesce ad isolare dalle foglie l’alcaloide cocaina. Freud la usò sul proprio organismo, disse che serviva per combattere la depressione e la cattiva digestione. Però si accorse che portava gravi danni al fisico e al cervello, e così ne divenne nemico. La cocaina come l’oppio fu usata inizialmente come anestetico. Il primo a sperimentarla fu Koller che la usò come anestetico negli interventi oculistici. L’uso della cocaina si estese poi anche nel campo dentistico e otorinolaringoiatrico. L’azione della cocaina si svolge prevalentemente a livello delle fibre e delle terminazioni dei nervi sia sensitivi che motori provocando insensibilità agli stimoli dolorifici, tattili e termici. Sul sistema nervoso centrale la cocaina, somministrata per via generale, esercita un’azione diversa a seconda della dose. Piccole dosi provocano uno stato di eccitazione che, nell’uomo, si trasforma in uno stato di euforia accompagnato da allucinazioni, mentre per quantità maggiori si hanno convulsioni seguite da depressione e morte per azione paralizzante sui centri bulbari.  Gli incidenti avuti con la somministrazione della cocaina come anestetico ha fatto sì che questa sostanza non venisse più usata nelle anestesie. Però la necessità di sfruttare la notevole attività anestetica della cocaina ha stimolato la ricerca di sostanze succedanee che fossero attive quanto la cocaina ma meno tossiche. Così prendendo a modello la formula chimica del farmaco sono stati sintetizzati gli esteri dell’acido benzoico (eucaina, stovaina, alipina e meticaina), gli esteri dell’acido amido benzoico (ortocaina, benzocaina, cicloformio e propesina), gli esteri terziari dell’acido fosforo-amido-benzoico (novocaina, tutocaina, larocaina, patocaina e pantesina) e infine i derivati della chinalina (percaina). Tutti questi farmaci hanno trovato impiego come anestetici. In particolare la stovaina usata nella rachianestesia (anestesia locale mediante iniezione di soluzione anestetica nello spazio subaracnoidale del midollo spinale). Nonostante la cocaina non venisse usata più come anestetico, si andava affermando in altro modo, molto più pericoloso. Infatti già nel 1855, il dottor Schaw aveva pubblicato un caso di cocainomania. In seguito ci furono altri casi sporadici, quando nel 1910 la cocaina estratta in Germania dalle piante provenienti dall’America Latina, invase tutta l’Europa, provocando un nuovo tipo di tossicomania che si aggiungeva già all’uso frequente di oppio e morfina. La somministrazione di cocaina venne bloccata durante la prima guerra mondiale, per poi avere successo fino agli inizi degli anni 30 quando una nuova sostanza sopraggiunse, l’eroina.
 Oggi la legge dice che la coca può essere usata solo per scopi terapeutici altrimenti la coltivazione è vietata. Però nelle regioni andine la masticazione di foglie di coca da parte dei coltivatori è una tradizione di radici millenarie. Il masticatore di coca si chiama coquero.
 La coca è un eccitante e sopprime la sensazione di paura, di sete, di fame, di freddo e di fatica, tutto questo consente alle popolazioni andine di sopportare le misere condizioni di vita e di lavorare ad alta quota anche se il cibo non è in abbondanza. Si dice che gli indios andini grazie al benessere iniziale che portava la masticazione della coca abbiano potuto tener fronte all’invasione degli Spagnoli. Come gli indios trovano piacere nella coca gli africani lo trovano nella cola. Da queste due sostanze si ottiene la preparazione della bibita più diffusa nei paesi occidentali: la coca-cola. Gli estratti di coca per la preparazione della bibita vengono presi da foglie di coca esaurite, cioè prive di cocaina. Il problema della continua somministrazione di foglie di coca interessa tutto il mondo visto che ha delle cause gravi molto preoccupanti. Gutierrez Noriega documenta le conseguenze sociali che può portare questa sostanza. Egli dice che i genitori masticatori di coca non si interessano di mandare i figli a scuola, facendoli addirittura iniziare la loro stessa tossicomania. I maestri delle scuole di Cuzco e Puno, hanno detto che i ragazzi che hanno l’abitudine a masticare coca sono apatici, chiusi, timidi, e persino non hanno neanche il desiderio di giocare. Le statistiche affermano che l’analfabetismo è in rapporto alla somministrazione maggiore o minore di coca. Il professor Doyeux dice che il consumatore di coca ha minori capacità lavorative e non è in grado di compiere lavori che richiedono abilità o concentrazione ed è più soggetto ad incidenti sul lavoro. L’ONU sollecita a prendere delle precauzioni, ma non si deve dimenticare che per gli indios andini la coltivazione di coca è l’unica fonte di reddito.
 La cocainomania agli inizi ha avuto una strada facile. Dalla moda che ci fu in Germania nel 1912 passò in Francia nel 1924 con 80.000 casi di cocainomania. Il problema della coca era strettamente legato a quello della prostituzione, infatti il 50% delle prostitute faceva uso di cocaina. Inoltre era una sostanza che si aspirava per via nasale, escludendo l’uso di siringhe. In questo periodo la morfina ebbe un forte declino e si aprirono anche tabaccherie di lusso per i cocainomani più raffinati.
 La somministrazione di coca porta all’individuo un bisogno di muoversi, di correre, si sente molto forte e lucido. Però questi effetti vengono subito sopraggiunti dalla stanchezza e da angoscia e apatia che porterà il cocainomane alla somministrazione di un’altra dose di coca. Il dottor Porot specialista in questo campo dice che il cocainomane è colpito da allucinazioni, come ad esempio l’animazione dei quadri o delle tende che si muovono. Queste allucinazioni poi colpiscono rapidamente anche l’udito, facendosi cutanee, epidermiche, determinando un senso di freddo e di formicolio su tutto il corpo. Il comportamento di un cocainomane si può paragonare a quello di uno schizofrenico, infatti il dottor Porot dice che il cocainomane si sente minacciato, spiato e perseguitato. Nel corso di dieci anni il cocainomane ha un decadimento totale sia sul fisico che sulla mente. Egli si sente apatico, ha un colorito pallido che si accompagna a frequenti emorragie dal naso.

I  NARCOTICI
 Con il nome di narcotici si indicano sia gli oppiacei ,cioè i derivati naturali dell'oppio, una sostanza che si ricava dal papaver somniferum album, sia gli oppioidi che sono sostanze sintetiche. Tutte queste sostanze agiscono sul sistema nervoso centrale (cervello e midollo spinale) e periferico, provocando alterazioni che possono in tempi piu' o meno lunghi condurre alla dipendenza.

L'OPPIO
 Il Papaver Somniferum non è una forma originaria, nata per evoluzione naturale. Proviene certo da una delle 700 forme spontanee esistenti, è stato l'uomo che attraverso il procedimento della raccolta ne ha ricavato una varietà particolare dalla quale poteva estrarre un succo dagli effetti così speciali.
 I greci hanno dato a questo potente estratto il nome di oppio, vale a dire "succo". Non ci è dato da sapere con precisione se il papavero fosse noto come pianta narcotica fin dalla preistoria, ma si può senza dubbio affermare che le forme spontanee dovettero avere grande importanza come alimento per gli uomini preistorici che con molta probabilità si nutrivano dei semi commestibili. Infatti sono stati trovati resti di semi e capsule di papavero in scavi di palafitte risalienti a tremila anni prima di Cristo. La prima fonte sicura delle nostre conoscenze relative all'oppio, alla sua coltivazione e ai suoi misteriosi succhi la troviamo nella civiltà greca; a Demetra risale per l'appunto uno dei piu' antichi  attestati delle virtu' terapeutiche dell'oppio. I greci ricorrevano all'oppio per evasione e per gli effetti che questa sostanza provocava sotto il profilo medico. L'importanza dell'oppio nella cultura di Roma antica appare evidente dal fatto che somnus, il dio romano del sonno, è spesso rappresentato con in mano un recipiente colmo di succo, estratto dalla pianta del papavero. Inoltre, sempre nell'antica Roma, l'oppio veniva impiegato anche come veleno. E' nel medioevo che la diffusione dell'oppio si propaga nell'intero bacino del Mediterraneo.
 Ma è partendo dall'Asia Minore che il succo di papavero ha cominciato a entrare nel mondo come droga e il papavero come pianta madre. Anche le tecniche per la raccolta dell'oppio sono nate in Asia.
 Oggi la maggior parte dell'oppio prodotto nel mondo viene dai papaveri coltivati alle pendici dei monti che si estendono lungo il bordo meridionale dell'Asia continentale, dall'altopiano dell'Anatolia in Turchia alle giunture del subcontinente Indiano fino alle remote montagne della Birmania (oggi Mianmar), Tailandia e Laos: solo una minoranza di queste piantagioni sono legali.
 In alcuni paesi europei, il papavero è coltivato legalmente per uso farmaceutico, sotto stretto controllo statale, come accade per il tabacco.
 Il papavero destinato al mercato illegale viene seminato in autunno o agli inizi della primavera su colline recondite che sono state accuratamente disboscate tramite incendi. A volte le piante vengono nascoste in campi di cereali o altre piantagioni lecite. Tre mesi dopo la pianta è alta fino alla vita e in fiore; quando cadono i petali, la capsula, non ancora matura è pronta per essere incisa; ne fuoriesce un lattice biancastro che lentamente si rapprende in una resina bruna: l'oppio che viene laboriosamente raschiato a mano e immagazzinato per la lavorazione che inizia alla fine della raccolta.
 La scienza ha cominciato a comprendere a fondo l'attività chimica degli oppiacei quando è stata isolata la loro componente attiva. Nel 1805, un chimico tedesco riuscì a estrarre la morfina pura, le fu dato questo nome da Morfeo il dio del sonno greco.
 Quando nel 1835 fu inventata la siringa ipodermica la morfina potè essere iniettata direttamente nel circolo sanguigno. Il primo impiego su vasta scala di morfina iniettabile  a scopo antidolorifico si ebbe durante la guerra civile americana e nella guerra franco-prussiana. In effetti, molti veterani della guerra civile diventarono morfinomani e questa forma di dipendenza nei riguardi della morfina iniettabile fu soprannominata "malattia del soldato".
 Con l'illimitata disponibilità di morfina e la sua facile somministrazione tramite siringa, furono in molti a farsi tentare. Per iniziare dall'alto: l'imperatore Massimiliano del Messico, ma anche il principe  inglese e il re di Danimarca. Il mondo ricco e borghese dell'epoca trovava interessante e eccitante iniettarsi di tanto in tanto un po' di morfina. Numerosi frequentatori alla moda di Parigi, soprattutto le signore, si davano appuntamento per iniettarsi la droga in gruppo. Anche  tra i letterati non erano rari i casi di dipendenza dalla morfina,  Jules Verne era fra questi.
 Esistono anche altre componenti dell'oppio, la codeina è diffusa come sedativo della tosse. La dionina utilizzata in oculistica ma soprattutto nei malati di tubercolosi riducendone la forte sudorazione. La papaverina ha la capacità di allargare i vasi sanguigni, in medicina se ne ricorre in caso di angina pectoris, negli spasmi vasali o in malattie renali. La narcotina anche se molto simile alla morfina non ha trovato grandi applicazioni in medicina.
 L'eroina, la diacetilmorfina, che è un derivato sintetico della morfina fu prodotta nel 1889 dalla Bayer come cura della dipendenza da morfina, ma con grande delusione del mondo medico si scoprì ben presto che l'eroina provoca dipendenza dieci volte di piu' della morfina. Infatti la piaga della dipendenza degli oppiati, scoppiata nel secolo scorso, dipendeva dall'abuso di eroina, piu' che di morfina. L'eroina penetra piu' rapidamente nel cervello perché riesce a sciogliersi piu' facilmente nei grassi avendo due gruppi acetilici in piu' rispetto alla morfina..
 L'eroina non ha quindi usi medici, ma è una delle droghe piu' diffuse nel mercato illecito: potenti organizzazioni criminali la immettono nelle città di tutto il mondo. L'eroina che si trova nelle strade è una sostanza farinosa marroncina o bianca e non è mai pura, ma tagliata con vari additivi o diluenti, come lattosio, chinino, amido, talco, cacao, stricnina, zucchero. L'eroina che arriva al grossista italiano ha un tasso di purezza di circa il 60%, mentre la percentuale di una dose di strada è intorno al 6-7% e può scendere fino al 2% secondo il numero dei tagli subiti.
 Oggi negli USA si trova un nuovo tipo di eroina, il catrame, che al contrario dell'eroina viene fumato, nel catrame la concentrazione del principio attivo è maggiore. Altri drogati usano contemporaneamente cocaina e eroina mischiati (speedball) per aumentare gli effetti di quest'ultima.
 La potente euforia che produce un'iniezione di eroina, il famoso flash, dura pochi minuti ed è seguito da uno stato di rilassamento e benessere; queste sensazioni portano il consumatore a ripetere l'esperienza e a poco a poco l'organismo si adatta, intervengono alterazioni nel sistema nervoso  e per ottenere lo stesso effetto è necessaria una dose sempre piu' forte, e quando la sostanza viene a mancare il consumatore va incontro a forti sofferenze psico-fisiche. Tutti  coloro che usano l'eroina corrono il rischio di contrarre l'AIDS,  usando aghi non sterili; per la stessa ragione possono avere infezioni del cuore e del sangue, epatiti e ascessi al fegato, cervello e polmoni: Le sostanze da taglio possono causare malattie molto gravi, come cecità nel caso della stricnina o emboli in quello del talco.
 Vediamo in sintesi in che modo funzionano gli oppiacei al livello del nostro encefalo. In alcune zone del cervello esistono neurone che hanno dei recettori che stimolati dagli oppiati secernono neurotrasmettitori che bloccano le sensazione di dolore dando una piacevole sensazione di benessere e di euforia.  A questo punto spontaneamente sorge un quesito: non si nasce con la morfina in corpo, perché allora esistono i recettori degli oppiati.   E' solo recentemente è stato dimostrato che esistono nel nostro organismo delle molecole morfinosimili alle quali è stato dato il nome di  encefaline  o endorfine o oppiacei endogeni. Tecnicamente parlando, il termine endorfine denota tutte quelle sostanze, presenti nell'organismo, che producono effetti simili a quelli degli oppiati. Le encefaline naturali non danno dipendenza  perché vengono rapidamente distrutte da enzimi  non appena entrano in azione a livello dei recettori degli oppiati. Pertanto non restano mai in contatto con quei recettori tanto a lungo da promuovere dipendenza. Per contro, le qualità che rendono i derivati encefalinici sufficientemente stabili da potersi spostare dallo stomaco al cervello creano anche dipendenza dei neuroni cerebrali nei loro riguardi.
 
 
 
 

LE DROGHE DI USO QUOTIDIANO

 La natura ha distribuito piante contenenti caffeina in tutti i continenti. In Etiopia c’è il caffè; in India e Cina c’è il the; in Africa la cola; in Messico il cacao; nel Sud-America il mathe ed il guarana. Queste ultime due non sono mai entrate in concorrenza con il caffè, il the, il cacao o la cola. Quest’ultima sembra sia giunta in Europa nel periodo rinascimentale; la stessa cosa vale per il caffè, il the, il cacao.

IL CACAO
 Il cacao era coltivato dagli Aztechi, i quali ne apprezzavano sia i chicchi che usavano come moneta di scambio, sia i frutti. Il nome cacao deriva dal termine cacahuate che inizialmente significò cacao, poi cioccolato. Il cacao è un albero singolare: i suoi frutti nascono direttamente dal tronco o dai rami e contengono una trentina di semi. L’albero è allergico alla luce e si sviluppa solo nei sottoboschi, in climi caldo-umidi. I suoi semi, detti anche fave, contengono la teobromina, una base amminica più caffeina. Essa è contenuta nel tegumento del seme e ha forti proprietà diuretiche. essa serve per preparare cacao in polvere e cioccolato. viene usata anche per l’estrazione del burro di cacao, un prodotto farmaceutico e cosmetico.

IL THE’
 La storia del the è contemporanea a quella del cacao. Il the è un albero che viene potato per facilitare la raccolta della foglie. Questa raccolta è manuale perchè interessa solo le foglie più giovani e lanuginose. Al di sotto delle foglie sono verdi, ma possono subire fermentazioni e liberare tannino (acido). Queste foglie contengono dal 2% al 4% di caffeina; più degli stessi chicchi di caffè.

IL CAFFE’
 Il caffè è un albero spontaneo degli altipiani dell' Etiopia; i suoi fruti, rossi e carnosi, contengono ciascuno due semi: i chicchi del caffè. Fontanelle, morto centenario e grande bevitore di caffè, diceva che se il caffè è un veleno, ha un’azione lenta. Questo “veleno” stimolò il talento letterario di Voltaire e Balzac, grandi consumatori di caffè. Le droghe a base di caffeina sono imparentate ad alcune molecole importanti per la vita: infatti tutte contengono teofillina e teobromina, due basi organiche simile all’adenina ed alla guanina. Quest’ultima entrano nella costituzione dell’acido desossiribonucleico (DNA). La presenza di queste molecole viene continuamente rinnovata; infatti, mentre si formano le nuove, le altre vengono degradate a xantina ed acido urico, che vengono eliminate con l’urina. La caffeina è un eccitante del sistema nervoso; aumenta l’attenzione e la resistenza alla fatica fisica e psichica. Gli effetti della caffeina sono: accelerazione del ritmo cardiaco e respiratorio, una dilatazione dei bronchi, un aumento della diuresi, ecc...Il caffè acquista il suo aroma durante la torrefazione, in seguito a trasformazione chimica che si verifica nei chicchi. A forti dosi, caffè e the causano stati di intossicazione cronica definiti, rispettivamente, caffeismo o teismo. In queste condizioni anche the e caffè divengono delle droghe. La terapia preventiva potrebbe essere quella di consumare caffè decaffeinato, in quanto utilizzando solventi adeguati si elimina tutta la caffeina.

NICOTINA
 La Nicotiana Tabacum è una pianta erbacea di notevoli dimensioni originaria dell'America del sud. La resa ottimale delle colture di tabacco viene migliorata attraverso la
pratica della cimatura: le infiorescenze vengono cioè tagliate per ridurne la crescita in altezza e favorire lo sviluppo delle foglie. Il principio attivo del tabacco è un alcaloide, la nicotina è stata isolata nel 1809.
 La nicotina è un potente veleno che a forti dosi può causare paralisi generale e quindi la morte. Un solo pacchetto di sigarette contiene un quantitativo sufficiente ad uccidere un uomo, 30-60 grammi. L'organismo umano riesce a sfuggire a tali veleni essenzialmente grazie a due meccanismi. Il primo implica il fegato che riesce a degradare rapidamente la nicotina assorbita, inoltre i forti fumatori sviluppano piu' enzimi che sono in grado di distruggere la nicotina. Da ultimo va ricordato che il fumatore si autoregola nell'assorbire quel quantitativo di nicotina che è sufficiente a soddisfare il suo fabbisogno senza giungere all'intossicazione. Il fumo contiene nella sua fase gassosa una percentuale elevata di ossido di carbonio che favorisce l'accumulo di colesterolo sulle pareti dei vasi sanguigni con conseguente comparsa di arteriosclerosi delle arterie coronariche, con probabilità di infarto del miocardio. Alla combinazione dell'ossido di carbonio con la nicotina segue la riduzione dell'attività sessuale, e nelle donne piu' frequentemente si verificano traumi mestruali, aborti, parti difficili; per non parlare degli effetti che il feto può subire.
 Ma soprattutto i danni del fumo sono da ascriversi all'incidenza  sul numero dei cancri polmonari.

ALCOOL
 E' ai medici arabi che si deve il merito di avere ottenuto, per la prima volta, da un processo di distillazione di una bevanda fermentata l'alcool puro: lo stesso nome al-kohol, con cui battezzarono tale distillato, significherebbe appunto "il sottile".  L'alcool assorbito passa nello stomaco e di qui nell'intestino tenue e nel sangue. Questo passaggio è rapido e totale, viene frenato solo se lo stomaco contiene alimenti molto grassi. L'anidride carbonica, invece, accelera questo passaggio ed è per questo che lo spumante ubriaca piu' del vino da pasto. L'azione dell' alcool comincia a manifestarsi nettamente quando l'alcoolemia raggiunge gli 0,5 g per litro di sangue. Per una persona a digiuno, e del peso di circa 70 Kg, questo risultato viene raggiunto circa un'ora dopo avere bevuto tre bicchieri di vino comune. A partire da 1,5 g per litro (circa un litro di vino a dieci gradi) si è ubriachi. A 2 g per litro l'individuo sta in piedi con grande difficoltà, la sue mente è in stato confusionale. A 3 g per litro il soggetto è incapace di stare in piedi a partire da 4-5 g per litro entra in coma premortale. Quando l'alcoolemia raggiunge i 5-6 g per litro subentra la morte. L' alcool, in realtà, ha poteri depressivi, l'euforia che si prova all'inizio dell'ubriachezza è presto sostituita da uno stato di torpore. E' molto importante sottolineare che gli effetti dell' alcool si cumulano a quelli dei barbiturici; al contrario il caffè attenua gli effetti dell' alcool.
 L'organismo stesso si preoccupa da sé di eliminare l 'alcool: una parte di esso si ritrova, intatta, nelle urine, nel sudore, nell'aria espirata dai polmoni; il resto viene ossidato nel fegato: l'alcool si trasforma in acetaldeide, prodotto molto tossico che viene subito ossidato in acido  acetico. Questo acido è innocuo e viene incorporato dall'organismo nelle sue reazioni metaboliche.  Nel cervello la dopammina (un mediatore chimico) viene trasformata prima in un' aldeide (diidrossi-fenil-acetaldeide), poi in un acido (acido diidrossi-fenil-acetico). Ora la presenza nel cervello di acetaldeide blocca quest'ultima fase dell'ossidazione creando  un eccessivo accumulo di aldeide a livello cerebrale. Naturalmente il cervello cerca di liberarsi di quest'aldeide, e giunge allo scopo restituendo l'eccesso di aldeide alla dopammina. La combinazione di queste due molecole tra di loro ha come conseguenza la formazione di un nuovo composto la tetraidropapaverolina (THP). La THP è presente nel papavero; in altri termini l'acetaldeide fa deviare il metabolismo normale della dopammina nel cervello umano e la trasforma in un precursore della morfina. E' stato tra l'altro dimostrato che la dopammina può anche combinarsi direttamente con l'acetaldeide per originare il cosiddetto salsolinolo, molto simile alla  mescalina (un allucinogeno).

LA CANAPA INDIANA

 La canapa indiana, il cui nome scientifico è Cannabis Sativa, è una pianta erbacea, annuale, appartenente alla famiglia delle cannabinacee. Essa è simile all’ortica, raggiunge i due metri circa di altezza ed è una specie dioica, cioè alcune piante portano solo fiori femminili, altre solo fiori maschili. I semi sono chiamati cannapucee ed hanno l’aspetto di chicchi. La canapa indiana è originaria dell’India, ma, poichè si adatta a diversi climi, si è diffusa in tutti i continenti tranne L’Australia.Il suo uso è assai remoto; essa, infatti veniva adoperata già tre millenni fa, a scopo medicinale.La canapa produce una resina appiccicosa, la cui quantità varia a seconda delle zone di coltivazione. Nella Cannabis si trova una sostanza, il Delta-9-tetraidrocannabinolo (THC), che provoca effetti allucinogeni. La parte della canapa indiana che viene usata come droga si chiama hascisc o marijuana. Gli effetti di questa droga si manifestano in tre fasi successive: high (eccitazione), feeling (allucinazione), down (crollo). Nella prima fase il consumatore prova un senso di benessere e di eccitazione; nella seconda fase subentra uno stato di confusione mentale; nella terza fase il drogato si addormenta e al risveglio avverte sensazioni molto sgradevoli. Il consumo della canapa indiana è assai diffuso fra i giovani e costituisce il primo passo verso droghe più pesanti.
 Già da alcuni anni, ricerche farmacologiche hanno indicato che il THC può essere utile nel trattamento del glaucoma per la sua proprietà di ridurre la pressione del fondo oculare, anche se altri medicinali si sono rivelati altrettanto efficaci senza avere i suoi dannosi effetti collaterali. Sono state anche condotte ricerche sulla possibilità di produrre un derivato sintetico del THC per la cura dell'asma bronchiale perché il THC dilata le vie respiratorie. Tuttavia ulteriori studi hanno dimostrato che esso causa un'irritazione dei polmoni che mette in ombra ogni effetto benefico.
 La ricerca ha portato alla realizzazione di un prodotto che contiene THC per il controllo della nausea e del vomito provocati dalla chemioterapia praticata ai malati di cancro. Si tratta di un farmaco sperimentale che necessita di ulteriori verifiche prima di potere essere applicato su larga scala.
 Sul mercato illecito si trovano tre tipi di droghe che derivano dalla Cannabis: marijuana, hascisc,  olio di hascisc.
 Queste sostanze sono incluse nelle tabelle delle sostanze controllate e il loro uso è vietato dalla legge.
 La marijuana è il piu' diffuso dei prodotti della Cannabis e quello che ha minore concentrazione di THC: si tratta infatti delle foglie e dei fiori seccati e sbriciolati. Il modo piu' popolare di usarla è fumarla come una sigaretta o in una pipa.
 Hascisc è la resina marrone scuro che si ottiene tagliando le cime della Cannabis.
Il lattice viene raccolto, seccato e pressato in mattoni o pani, lo si fuma sbriciolato nel tabacco.
 L'olio di hascisc è una soluzione liquida ottenuta distillando con un solvente le foglie di Cannabis macinata. Si fuma spalmandole poche gocce su una sigaretta di tabacco.
 Il termine "assassino" deriva proprio da una setta ismaelita dell'undicesimo secolo, responsabile di molti delitti e che facevano uso di hascisc, il cui nome era hashishiy-yun (teste d'hascisc).
 Il fumo di uno spinello di marijuana (che in genere viene trattenuto piu' a lungo nei polmoni rispetto a quello di tabacco) danneggia i tessuti polmonari all'incirca quanto fumare 16 sigarette normali. Secondo l'Istituto Nazionale Americano sull'Abuso di Droga il fumo della marijuana contiene gli stessi ingredienti del fumo di tabacco che possono causare enfisema e cancro. Quanti poi associano i due tipi di fumo corrono il rischio maggiore. Quando si fuma la Cannabis, il THC viene assorbito dai tessuti grassi di molti organi come il fegato, i polmoni, l'apparato della riproduzione e il cervello. A differenza dell'alcool il THC non è rapidamente eliminato dall'organismo, ma vi resta fino a due settimane (in alcuni casi fino a due mesi) per cui la sua tossicità tende a essere cumulativa.
 L'uso della Cannabis accelera il battito cardiaco fino al 50%, secondo la quantità di THC. Nelle persone che hanno una cattiva circolazione possono sopravvenire dolori toracici simili a quelli dei forti fumatori di tabacco. Inoltre ricerche di laboratorio hanno dimostrato anche la capacità che la Cannabis ha di ridurre la capacità del sistema immunitario. Inoltre le ricerche dimostrano che il numero degli spermatozoi nello sperma degli uomini diminuisce in proporzione all'uso della Cannabis.  La marijuana ha anche attività teratogena, per cui un fumatore cronico che decidesse di concepire un figlio dovrebbe pensare alle gravi conseguenze genetiche sul feto.
 L'uso cronico di Cannabis porta anche a una dipendenza di tipo psichico che appare incredibile ai milioni di persone che ancora oggi ritengono la Cannabis una sostanza piu' leggera del tabacco.
 Dosi forte possono provocare distorsioni delle immagini, perdita di identità, deliri e allucinazioni. La Cannabis può anche ridurre la memoria e la capacità di eseguire lavori che richiedono concentrazione. Inoltre l'uso cronico della Cannabis può avere effetti che i medici chiamano "sindrome amotivazionale" : la persona diventa opaca, distratta, lenta nei movimenti.

TONICI ED AFRODISIACI NELLA TRADIZIONE NEGRO-AFRICANA

 Le popolazioni negre dell’Africa hanno in comune con quelle del Nuovo Mondo il bisogno incoercibile e continuo di droghe eccitanti, che tuttavia essi ricercano più tra le afrodisiache che negli allucinogeni. Ed è così che il numero delle sostanze allucinogene africane è molto ridotto. Tutt’oggi si conoscono solo due o tre specie di piante capaci di produrre tali effetti. E’ vero che in questo campo i segreti restano chiusi nel cuore degli stregoni.Forse in futuro verremo a conoscenza di altri allucinogeni di origine africane, per esempio quelli che vengono utilizzati per provocare sonni ipnotici e danze rituali. Ciò che l’ingegno andino cerca nella coca, il consimile africano del Gabon lo trova masticando le gialle radici d’iboga. L’iboga usata a dose più elevata provoca strani effetti: gli inizi cominciano ad avvertire i sintomi di un sonno ipnotico con manifestazioni simili all’epilessia.In Etiopia, nello Yemen e in Somalia, è un piccolo arbusto l’oggetto di un fiorente commercio: il cosiddetto qat, le cui piccole foglie cariacee, che hanno una struttura paragonabile a quella dell’efedrina, e sono dotati di potere eccitante. Nello Yemen il masticatore di qat, può consumare fino a duecento grammi di gioiosa euforia, dimentica le sue preoccupazioni, non prova né fame, né fatica. Come tutti gli eccitanti anche il qat è considerato un afrodisiaco. tutto ciò però porta all’impotenza, al punto che le donne si rifiutano di sposare coloro che fanno uso di queste droghe. Tra le molte sostanze toniche africane, la più nota è la noce della cola. La cola appartiene alla famiglia delle sterculiacee, che viene consumata fresca dagli indigeni allo scopo di trarre beneficio dalla forte dose di caffeina in essa presente. La cola viene venduta su tutti i paesi africani. Molti preparati farmaceutici la utilizzano nella cura di stati di affaticamento, nelle convalescenze, negli esaurimenti fisici e intellettuali.La cola inoltre ha trovato un suo secondo scopo vitale con l’avvento della società industriale: un quantitativo impressionante viene impiegato nella produzione di bibite rinfrescanti: infatti dall’unione della cola con la coca è nata la famosa Coca-Cola di cui gli Stati Uniti hanno invaso il mondo. La cola, come tutti i tonici dell’Africa nera, sembra essere dotata, di poteri afrodisiaci. Nel tentativo di trovare nuovi afrodisiaci, gioca un ruolo fondamentale la fervida capacità immaginativa degli indigeni.Così le piante mucillaginose vengono spesso usate per combattere la sterilità.

DROGHE DELL’ORIENTE E DELL’OCCIDENTE

 E’ difficile poter attribuire ad ogni droga la sua terra d’origine. Le piante fornitrici di droghe si diffusero su ampi territori: alcune come l’efedra o la canapa indiana, hanno perduto la loro specificità.I popoli della Siberia utilizzano l’Amanita muscaria che è senza dubbio uno dei funghi più tipici: tant’è che viene riprodotta per la sua forma elegante e per l’originalità del suo cappello di un bel rosso vivo cosparso di puntolini bianchi.
 Due ricercatori Valentina e Gordon Wasson hanno ritenuto di poter identificare l’Amanita Muscaria con la pianta rituale che gli antichi Ariani cantavano nel loro rito sacro il Rig-Veda. Gli Ariani quando giunsero nelle Indie vi portarono questa pianta sacra, il cui succo era causa di itterizia e allucinazioni. Ma poco per volta , l’impiego di quella misteriosa bevanda cadde in disuso e quindi, dopo circa duemila anni, l’identità del soma è rimasta un enigma.A questo punto ci si potrebbe chiedere come mai questo famoso soma sia dapprima caduto in disuso e poi addirittura scomparso dalle tradizioni mediche e religiose dell’India. Alle droghe toniche e eccitanti dei loro antenati, l’indiano di oggi preferisce droghe a potere sedativo: egli soddisfa il suo bisogno di distacco e di contemplazione, aiutandosi con sostanze che quietano le agitazioni dello spirito e facilitano la conquista del nirvana. All’eccitazione chiassosa dell’Amanita egli così dimostra di preferire la tranquilla serenità della Ranwolfia. Si racconta che lo stesso Gandhi prendesse ogni sera un infuso di questa pianta prima di sedersi a meditare sulle rive del Gange. Inoltre la Ranwolfia era ritenuta circa tremila anni fa come un ottimo mezzo per addormentare i bambini a curare la pazzia. La Ranwolfia serpentina della famiglia delle apocinacee è un piccolo arbusto a fiori rossi o bianchi che non supera il metro di altezza. Per le sue radici tortuose è stata, indicata nelle prescrizioni contro i morsi di serpenti. Ben presto infatti nel diciassettesimo secolo, il botanico olandese Rimpf notava che la Ranwolfia era ottima contro l’ansia. Si dovette attendere però fino circa il 1930 perchè le ricerche degli autori indiani attirassero l’attenzione del mondo scientifico sulle vere capacità tranquillanti e ipotensive di questa droga. La Ranwolfia, e soprattutto il suo principale alcaloide, la reserpina, erano destinate a sconvolgere il trattamento delle malattie mentali. Iniziò così una nuova era nel campo delle terapie psichiatriche.La sua scoperta rappresenta dunque una delle maggiori conquista del secolo: riducendo l’angoscia, sopprimendo l’ansia, la reserpina diveniva il capostipite di una nuova famiglia di farmaci per la mente: i cosiddetti farmaci neurolettici. Dalla radice della Ranwolfia sono stati isolati più di trenta alcaloidi abitualmente prescritti in medicina; tra questi ricordiamo, oltre alla reserpina che ha proprietà sedative e ipotensive, l’ayamalina che regola il ritmo cardiaco. La radice di questa pianta può dunque essere considerata una droga, in quanto serve da materia prima per la produzione di farmaci. Abbiamo poi un altra specie di Ranwolfia è quella vomitoria. Il saper distinguere le due suddette specie è esercizio abituale in farmacologia e avviene osservando l’aspetto della radice sezionata. Se in entrambi piante la corteccia radicole è simile, molto differente è invece il cilindro centrale del legno, E’ scientificamente dimostrato che ogni popolo, evidenzia le sue aspirazioni più profonde e i suoi bisogni spirituali e materiali anche dal modo con cui affronta i problemi della medicina e dal tipo di droga di cui fa abitualmente uso.L’occidentale è un uomo d’azione: ama le realizzazioni concrete, sviluppa le sue tecniche. L’orientale ricerca la contemplazione e la pace dello spirito e del corpo. L’Africa ha dato al mondo droghe toniche e eccitanti: la noce di cola, l’iboga, lo yohimbe, e anche il caffè. In Nigeria la Ranwolfia vomitoria viene usata come farmaco per le proprietà sedative della sua radice, sono però pochi i guaritori affermati che ne fanno uso per combattere la follia. In America latina vi sono droghe a base di caffeina come il mathe e il guarana, ma in queste terre crescono soprattutto grandi piante dalle note virtù (la coca e la chena). L’India invece è la patria della Ranwolfia, della canapa indiana e dell’oppio.
 
 
 
 

STRUTTURE ALLUCINOGENE E BIOCHIMICA DEL CERVELLO

 Sono state schedate circa sessanta tipi di sostanze allucinogene dagli esperti in questo campo. Tra queste soltanto una ventina sarebbero di uso corrente, e tutte, ad eccezione della canapa indiana, conterebbero degli alcaloidi. Ma noi conosciamo più di ventimila alcaloidi; come mai allora solo alcune sostanze sono attive? Ecco come può essere posto il delicato problema dei rapporti tra struttura chimica e attività fisiologica a risolvere. In materia di chimica strutturale, sono stati fatti notevoli progressi in questi ultimi anni con le possibilità di confrontare le disposizioni spaziali delle molecole visualizzandole sullo schermo di un cervello elettronico. La prima caratteristica che balza all’occhio di chi osserva è il fatto che tutte le molecole di sostanza allucinogene posseggono nella loro struttura un atomo di azoto. L’azoto nelle molecole, non ben definite: lo si può infatti trovare o nella struttura specifica del nucleo indolico (e questa è la situazione più frequente) o su una catena laterale fissata ad un nucleo benzenico, per esempio, nella mescalina. Le piante sono capaci di operare trasformazioni metaboliche davvero singolari; molte altre specie ”fabbricano” degli alcaloidi indolici attivi. Partendo da due comuni amminoacidi presenti in tutti gli alimenti e in tutte le cellule, alcune piante sono capaci di fabbricare potenti armi chimiche. La molecola della mescalina è costituita sul modello di quelle dell’adrenalina e della noradrenalina, sostanze indispensabili al funzionamento del sistema nervoso e alla trasmissione dell’impulso, note comunemente come mediatori chimici. Tutte e tre queste molecole derivano da una medesima molecola-madre, la tirosina; essa dunque si assomigliano quasi fossero sorelle con alcune piccole differenze. Una quarta sostanza che fa parte della famiglia e anch’essa proviene dal regno vegetale: è l’efedrina. Le proprietà psicoattive dell’efedrina erano già note in Cina in tempi molto antichi; da queste sarebbe nota l’ispirazione per le sintesi dell’anfetamina e dei suoi derivati. Le piante dell’America meridionale con le quali gli indiani preparano una bevanda chiamata yoge o yajè o cappi, secondo le tribù; il consumo rituale di queste bevande e le loro molteplici destinazioni ne fanno delle droghe allucinogene tra le più ricercate nel bacino del Rio delle Amazzoni. Un altro mediatore chimico è la serotina, che a un ruolo do primaria importanza, pur non essendo del tutto chiaro il meccanismo del suo funzionamento nel sistema nervoso. Si sa che essa facilita il passaggio dell’impulso nervoso da una cellula all’altra in determinate zone del cervello. Sembra che la trasmissione dell’impulso  nervoso  dipenda  dalla  presenza  di  un  fattore  positivo:  l’ acetilcolina   (che favorisce il passaggio) e da un fattore negativo equilibrante, la serotonina appunto. Grazie alla serotonina e a molti altri mediatori chimici, che le numerose ricerche sul cervello fatte in questi ultimi anni hanno permesso di evidenziare, l’informazione circola tra le cellule cerebrali ognuna delle quali può entrare contemporaneamente in contatto con altre cellule consorelle. Il nostro sistema nervoso con i suoi venti miliardi di cellule o neuroni può dunque essere considerato il più gigantesco dei calcolatori. Nel cervello, la scorta di serotonina è continuamente rinnovata. E’ inoltre interessante notare che anche l’urina contiene acido indolacetico. La serotonina non è un allucinogeno, anzi, in dosi più o meno modeste la si trova normalmente nell’organismo. Essa può divenire tale, semplicemente dopo avere subito alcuno modificazioni chimiche, per esempio una metilazione. Dopo avere confrontato fra loro molto molecole indoliche, gli scienziati sarebbero giunti alla conclusione che la metilazione e la idrossilazione (reazioni entrambe molto comuni in biochimica) diminuiscono o aumentano le proprietà allucinogene di una data molecola. Secondo molti autori, le malattie mentali potrebbero considerarsi derivate dall’alterazione del metabolismo normale delle ammine biologiche: ciclizzazione dell’adrenalina in andrenocrono e blocco del suo metabolismo a questo livello; anomalo accumulo di acetilcolina, un’altra ammina fondamentale del sistema nervoso, o ancora accumulo eccessivo di serotonina seguito da una sua metilazione, ecc.. Alla fine, nel cervello, si determinerà un’anomala concentrazione di ammine indoliche troppo metilate e ciò determinerà la pazzia. di qui a vedere negli allucinogeni le “molecole follia”, il passo è breve e molti autori non hanno esitato a farlo. C’è tuttavia una differenza: l’alienato fabbrica da se stesso i suoi allucinogeni, mentre il drogato va a cercarli; il primo li fabbrica nel suo cervello e ricostruisce la sua scorta continuamente, il secondo li prende a prestito dalle piante e non li usa se non in occasione dei suoi ”viaggi”. Quando il viaggio è terminato, il cervello ritroverà il suo equilibrio originario, non appena saranno state eliminate le molecole che lo alteravano...La questione degli allucinogeni è un problema scientifico di primo piano: la conoscenza della biochimica del cervello e della “secrezione del pensiero”. Per ora, ciò che sappiamo su questi fatti non si discosta molto dalla più totale ignoranza. Gli studi sul cervello tendono in questi ultimi anni a occupare molti studiosi: Nei prossimi decenni certamente si arriverà alla scoperta del meccanismo di funzionamento del cervello. La complessità della struttura della corteccia cerebrale sia quella della sfera psichica hanno reso questo campo di studi  particolarmente  arduo  per  la  scienza.  Lo  studio delle droghe rivela delle potenzialità inattese. Infatti gli effetti non risparmiano nessuna specie animale. Anche un ragno può dunque "perdere la testa”. Tale effetto si manifesta come un vero a proprio mutamento nel comportamento del ragno nel tessere la sua tela, visibile sintomo, secondo i biologi, di un sopraggiunto stato patologico. La forma delle tele e il suo disegno non sono lasciati alla libera”inventiva” dell' aracnide, ma sono determinati dalla struttura del sistema nervoso. Il ragno sotto l’effetto della droga tesse tele irregolari, addirittura bucate, quindi per lo più inservibili ai fini della cattura degli insetti. Questa situazione si crea, ad esempio, quando si somministra all’animale della mescalina, dell’LSD o degli altri allucinogeni. Ma ciò che è sorprendente è il fatto che se si somministra a dei ragni sani del siero di sangue di un uomo schizofrenico, essi si mettono a tessere tele fantasiose, paragonabili a quelle che vengono fatte sotto l’effetto degli allucinogeni. Poichè, come facilmente si può comprendere, è molto difficile compiere esperimenti di questo tipo sull’uomo. La sperimentazione nel campo di studio, compiuta su animali si dimostra davvero utile, anche se le informazioni ottenute non sono di grande significato, dal momento che è proprio la diversità e complessità del suo cervello che l’uomo si distingue dall’animale. Ogni scoperta è frutto della curiosità, di un interrogativo che ci poniamo, di un passo verso l’incerto e anche verso l’improbabile. Come diceva Socrate, lo stupore deve essere alla base di tutte la scienza.

INFERNO O PARADISO UN SALTO NELL’IGNOTO

          La nostra conoscenza attuale sugli effetti degli allucinogeni è paragonabile a quella che abbiamo sugli effetti dell’alcool o del caffè. Sono stati scritti al riguardo decine di libri e centinaia di articoli, su questo particolare tipo di intossicazione. Sappiamo che si verificano modifiche nella percezione spazio-temporale, alterazioni nella consapevolezza del proprio corpo, cambiamenti nella sfera dell’affettività e dell’umore, senso di perdita della propria personalità, visioni, estasi, effetti luminosi, illusioni ottiche, allucinazioni. gli allucinogeni in genere mettono in imbarazzo i farmacologi soprattutto quando si tratti di trovare prove adeguate a evidenziare non solo gli effetti, ma persino la presenza. Gli animali da laboratorio, tanto preziosi quando si sono dovute studiare le caratteristiche farmacologiche di un nuovo prodotto, sono stati invece, in questo campo di studi, di poca utilità. Gli scienziati sugli animali hanno  fatto  molte  prove, di  tante  prove  nessuna  ha valore davvero positivo. I risultati più sorprendenti sono stati ottenuti esaminando l’influenza degli allucinogeni sulla capacità dei ragni a tessere le loro tele. Sotto l’effetto di una droga essi realizzano tele ”patologiche”, non più piane, ma tridimensionali. Uno scienziato ha potuto mettere a punto un metodo per la precisa identificazione degli allucinogeni responsabili di questi fenomeni e ha concluso che ogni molecola specifica determina una serie di anomalie altrettanto specifiche. Il mezzo più sicuro e più veloce per identificare un allucinogeno è assaggiarlo. Ma ben pochi accettano questo rischio, e perciò risulta difficile sapere se una certa pianta sospetta è o non è attiva. Quando un chimico si accinge a estrarre il principio attivo responsabile delle proprietà allucinogene di una qualsiasi pianta, necessariamente egli deve poterne stare sempre ”sulle tracce”, nel corso delle varie operazioni che lo porteranno alla sua estrazione e al suo frazionamento. Per questa ragione, uno scienziato ha personalmente voluto assaggiare l’estratto dei funghi allucinogeni messicani di cui cercava di individuare la natura chimica. Finora non è stato possibile differenziare ogni allucinogeno attraverso una sua specifica sintomatologia: per la canapa, ha molta importanza la personalità del soggetto e l’ambiente psichedelico. Gli allucinogeni in generale comprendono con questo termine sia le droghe naturali, sia i prodotti chimicamente definiti che ne derivano, naturali o sintetici. Nel caso delle droghe naturali, il paziente assorbe un miscuglio di alcaloidi attivi e gli effetti che deriveranno da tale assunzione dipenderanno, oltre che dalla dose, anche dalla composizione specifica del miscuglio stesso; nel caso invece dei prodotti puri, come per esempio con l’LSD, basta una sola dose a provocare l’effetto. I resoconti diretti di esperienze di “viaggio” documentano, per la loro diversità, la complessità dei fenomeni che ne sono interessati. Tutte le testimonianze concordano, tuttavia, sul profondo turbamento psichico, sensoriale e affettivo scatenati dalle cosidette ”droghe dello spirito”. L’ebbrezza dovuta al Payotl è spesso dominata da un grande splendore di colori: questo almeno secondo una relazione fattaci da un altro scienziato. La fantasmagoria dei colori è accompagnata da una estrema nitidezza degli oggetti che, però, cominciano ad apparire solo dopo qualche tempo. Le visioni rivelano in seguito un profondo legame tra gli esseri e le cose; esse sono tutte ugualmente ”valide” e sembrano scaturire da un’unica fonte. Ma presto il soggetto viene invaso da una indicibile angoscia; anche il viaggio che va dal sesso alla morte passa attraverso la tappa dell'angoscia. E prima ancora attraverso il dubbio, “il dubbio totale, che fa paura.” Poi, attraverso il "dolore allo stato puro” che è molto forte perchè privo di origine e senza scopo apparente. In particolare l’LSD può scatenare drammi terribili. Oggi gli specialisti ritrovano in ciò i sintomi classici della schizofrenia. Esistono però differenze tra l’ebbrezza allucinatoria e momentanea e il ritorno alla realtà. Il ritorno, dopo qualche ora o dopo qualche giorno (secondo le droga usata e la dose), permette al soggetto di percepire le sue allucinazioni come un sogno e di dominarle razionalmente. Esistono però dei ”tristi viaggi” seguiti da ”tristi ritorni”. E’ allora che possono nascere le complicazioni: ansia, paura, depressione continua. Una cosa è certa: i delicati meccanismi del nostro cervello non possono essere scossi senza rischio. Questo pericolo ha convinto i governi di molti paesi a inserire le sostanze allucinogene tra i peggiori veleni. Eppure essi non producono alcuno dei classici sintomi delle grandi tossicomanie: né il bisogno di ripetere l’esperienza, né la necessità di aumentare la dose, né la dipendenza fisica o le crisi di astinenza. Tant’è vero che queste droghe sono state, all’inizio, considerate prive di conseguenze nefaste. Da moltissimi incidenti dovuti all’uso di LSD  il parere degli esperti è però molto negativo. Se il ritorno può essere difficile, non meno facile e senza pericolo è lo stesso ”viaggio” di andata. Si racconta che un drogato, credendosi inseguito, si è ucciso gettandosi da una finestra; che un altro ancora sentendosi intoccabile, si è mutilato; un giovane attore, sotto l’effetto dell’ LSD, si è cosparso di benzina e si è dato fuoco trasformandosi in una torcia vivente. Salvato in tempo resterà infermo per tutto il resto della sua vita. La paura provata mantiene nel soggetto un ricordo talmente tragico dell’esperienza che egli non sente più il minimo desiderio di ritentare. Sembra che queste crisi d’angoscia siano legate all’impossibilità o al rifiuto di lasciarsi andare completamente e al desiderio costante di mantenere un controllo e un contatto con la realtà. Come già abbiamo più volte detto, la personalità del soggetto gioca sempre un ruolo determinante. L’LSD in particolare provocherebbe alterazioni capaci di ripercuotersi anche sui figli: fatto, questo, che ha molto contribuito a sottolinearne la pericolosità. Perciò la commissione dell’ONU ha decretato, che “l’uso delle sostanze allucinogene deve essere limitato alla ricerca scientifica e a scopi medici e che tali sostanze devono essere somministrate sotto un controllo medico continuo”. L’interesse degli studiosi per gli allucinogeni resta assai considerevole. Spesso se ne è paragonato l’effetto alla pazzia; ma, in realtà, tali effetti sono simili anche ai sogni che, come hanno dimostrato le ricerche scientifiche, sono indispensabili a tutti i viventi: si potrebbe forse privare un uomo del sonno, ma non dei suoi sogni, pena la sua morte. Il sogno dunque è assolutamente  necessario  alla  sopravvivenza  nella   realtà.   Il  significato  dei  sogni  resta tutt’oggi ancora inspiegato. gli allucinogeni provocano una specie di ”sogno da svegli”. Il sogno notturno lascia al risveglio solo dei frammenti disordinati, che la memoria prontamente cancella. Sotto l’effetto degli allucinogeni, al contrario, il soggetto dispone la trama completa del suo sogno, con i suoi fantasmi, le sue reazioni affettive, i ricordi delle scene precedentemente vissute, la cui importanza è stata fondamentale per lo scatenamento dei disturbi mentali che lo affliggono. Gli allucinogeni restano per ora una forza impossibile da dominare, da controllare, da canalizzare in una direzione, ben determinata. Alcuni psicanalisti, per esempio, rimproverano agli allucinogeni la rapidità con cui essi ricordano alla coscienza scene ed episodi dimenticati. L’LSD è stato anche impiegato per rendere più facile l’approccio alla morte e ridurre le sofferenze dell’agonia. Negli Stati Uniti, alcuni medici hanno constatato di poter alleviare i dolori nei malati di cancro agli ultimi stadi della loro malattia, non grazie all’impiego di analgesici, ma eliminando in essi ormai ”staccato” del corpo, non avverte più nemmeno il dolore fisico. Tutti questi esperimenti richiedono una preparazione molto accurata del malato e comportano sempre dei rischi; perciò sono stati quasi completamente abbandonati anche a causa della scarsa manggiabilità delle sostanze allucinogene i cui effetti collaterali non sono sempre prevedibili né, tanto meno, controllabili. Gli allucinogeni sono spesso i componenti del cosiddetto “siero della verità” che viene usato per eliminare la censura cosciente degli accusati e accelerare le loro confessioni.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

QUALCHE DATO
 

 L'osservatorio del Viminale stima che su 100 persone che si avvicinano alla droga:

 68%  consuma sostanze leggere
 23%  consuma eroina
 4%  consuma cocaina
 5%  altre droghe

di cui l'82% ha cominciato con droghe cosiddette leggere, e il 13% direttamente con l'eroina.

 Persone decedute per droga:

 1991  1.383
 1992  1.207

 Regioni a rischio (numero delle vittime del 1992):

 Lombardia     278
  Lazio      139
 Emilia Romagna   109
 Piemonte      97
 Liguria                  95
 Veneto                 89
 Campania     80
 Toscana     66

 Condizione professionale dei tossicodipendenti:

 27,7%  Impiegato stabilmente
 4,7%  sottoccupato
 12,5%  disoccupato
 1,2%  in cerca di primo impiego
 1,7%  studia ancora

 Alla fine di Dicembre i tossicodipendenti in trattamento erano  7.885,  17.148 dei quali nelle comunità terapeutiche.
 Le strutture socio riabilitative censite sempre a Dicembre 1992 erano 1.175  di cui 642 comunità terapeutiche, contro le 207 comunità censite nel giugno 1984 e le 433 del giugno 1990.
 I servizi sanitari pubblici sono passati da 517 nel giugno 1990 a 559 del 1992.
 
 
  B I B L I O G R A F I A

Solomon H. Snyder "Farmaci, droghe e cervello"  Zanichelli
Jean-Marie Pelt  "Le droghe"  Vallardi
M.Seefelder  "Oppio" Garzanti
G. Blumir "Eroina" Feltrinelli
Presidenza del Consiglio dei ministri  "Stop droga"